Il caso Bergamo riaccende il confronto sulle strategie per contenere i piccioni in città. Per la Lipu, il ricorso ai farmaci può generare impatti sulle altre specie urbane.
Negli ultimi giorni si è discusso, grazie a un articolo pubblicato dal Corriere della Sera, del piano sperimentale del Comune di Bergamo per il contenimento dei piccioni (Columbo livia).
Dal 2023, infatti, il Comune e Aprica (l’azienda che si occupa della raccolta dei rifiuti e dell’igiene urbana) distribuiscono, da inizio estate, a novembre un mangime contenente nicarbazina, un principio attivo con effetto anticoncezionale temporaneo.
Secondo i dati diffusi dal Comune di Bergamo, si sono ottenuti importanti cali della popolazione, che in alcune aree hanno toccato valori dal -35% al -74%. Tuttavia, in altre zone, dove le fonti di cibo sono più numerose e c’è disponibilità di anfratti dove nidificare, il calo è stato meno netto o si sono registrati addirittura degli aumenti.
La posizione della Lipu
Abbiamo chiesto a Marco Dinetti, responsabile Ecologia urbana della Lipu, di commentare questo genere di interventi.
“Quando si mettono in atto operazioni di questo tipo, emergono diversi problemi – spiega Dinetti a GreenPlanner – innanzitutto la copertura del farmaco anticoncezionale è di circa una settimana, ciò significa che si dovrebbe indurre ad assumerlo tutta la popolazione e per un tempo infinito.
Inoltre, lo studio più approfondito e attendibile su questo tema, effettuato a Barcellona e pubblicato su riviste scientifiche, ha riscontrato che la nicarbazina non ha un reale effetto a lungo termine nella riduzione della popolazione dei piccioni e dei colombi“.
Per approfondire ulteriormente la posizione di Lipu, è disponibile online il documento Il piccione di città, strategie per la gestione, pubblicato nel 2016, che analizza la questione combinando dati scientifici e analisi delle norme vigenti.
Innanzitutto, viene ricordato che questa specie vive nei nostri stessi spazi da moltissimo tempo: “il piccione di città è un’entità faunistica originata a seguito di un lungo processo di domesticazione – si legge nel documento – iniziato tra 5 e 10mila anni fa, nella Fertile Mezzaluna, dove gli esseri umani diventarono agricoltori sedentari.
Nel corso dei millenni, l’uomo ha allevato i piccioni, operando una selezione artificiale per alcuni caratteri preferiti, quali le dimensioni, la prolificità, le caratteristiche delle carni, la capacità di orientamento, la bellezza del piumaggio“.
Si può dire quindi che i piccioni che popolano le nostre città siano animali domestici inselvatichiti. Secondo Lipu, oggi l’obiettivo non dovrebbe essere eliminare del tutto questi animali – un traguardo considerato irrealistico oltre che contrario ai principi etici – ma ridurne la densità attraverso la diminuzione della capacità portante dell’ambiente, in modo da contenere sia i danni ai beni culturali sia le problematiche di tipo sanitario (presenti solo dove si concentrano molti animali).
Ciò significa limitare la disponibilità di cibo, impedire l’accesso ai siti di nidificazione, installare dissuasori incruenti e accompagnare queste operazioni con monitoraggi e informazione ai cittadini.
La sterilizzazione farmacologica viene invece inserita invece tra i “metodi non consigliati“, insieme agli abbattimenti, ai trasferimenti forzati e al ricorso alla falconeria.
Per ottenere risultati apprezzabili, infatti, la nicarbazina dovrebbe essere assunta dalla quasi totalità dei soggetti riproduttori per periodi molto lunghi, una condizione che nella realtà urbana risulta difficile da raggiungere.
La Lipu ricorda inoltre che solo una parte della popolazione di piccioni si riproduce, che gli individui riproduttori sono quelli che vengono attirati meno dal mangime trattato e che, anche in caso di riduzione della fertilità, il naturale ricambio della popolazione e l’arrivo di nuovi individui da fuori città tendono a compensare gli effetti del trattamento.
Un bilancio negativo
Anche il rapporto costi-benefici viene giudicato sfavorevole. Nel documento sono citati diversi studi sperimentali: a Bolzano, dopo tre anni di utilizzo della nicarbazina, non furono osservati risultati significativi sulla consistenza della popolazione (Baldaccini e Giunchi, 2006), mentre simulazioni elaborate dall’Università di Pisa indicano che sarebbe necessario ottenere una riduzione della fertilità prossima al 90% per produrre un reale calo numerico della popolazione (Giunchi et al., 2007).
Accanto ai dubbi sull’efficacia dell’uso di farmaci anticoncezionali, la Lipu richiama anche le possibili criticità ambientali ed effetti negativi sulla biodiversità urbana, già sottoposta a moltissimi fattori di stress.
Parliamo, spiega Dinetti, “di un possibile coinvolgimento di specie non-target, con perplessità espresse anche da pareri Ispra“.
La distribuzione di mangime trattato con nicarbazina può infatti coinvolgere specie diverse da quelle bersaglio, sia commensali, come tortore dal collare, gabbiani e taccole, sia predatori che si alimentano di piccioni, come sparvieri, falchi pellegrini, gheppi e allocchi. Una riduzione della fertilità di queste specie, spesso protette o comunque già sotto stress a causa di altri fattori antropici, va nella direzione opposta rispetto ai principi dell’ecologia urbana.
Questi pericoli sono richiamati, per esempio, dalle Linee guida per la gestione del colombo di città della Regione Piemonte e dal documento Contenimento dei piccioni in ambiente urbano e extraurbano della Regione Umbria.
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L’articolo Lipu, “il mangime anticoncezionale destinato ai piccioni non è efficace e può danneggiare la biodiversità urbana” è stato pubblicato su GreenPlanner Magazine.

