Conoscevate le capacità purificanti delle cozze? Alcuni studi – all’interno del progetto RisOrta del Cnr – hanno evidenziato come questi molluschi abbiano la possibilità di filtrare l’acqua dell’ambiente in cui si trovano.

A dircelo è la professoressa Nicoletta Riccardi, ricercatrice di Irsa Cnr di Verbania, che negli ultimi anni ha lavorato al progetto RisOrta, con l’obiettivo di rendere il lago d’Orta un ecosistema equilibrato e vivo.

Si tratta di un progetto promosso da Ecomuseo del Lago d’Orta e Mottarone e gestito da Irsa Cnr di Verbania Pallanza, reso possibile grazie al contributo di Fai e Intesa Sanpaolo nell’ambito dell’iniziativa I Luoghi del Cuore.

Tra i partner c’è il Comune di Orta San Giulio, cofinanziatore del progetto, con la partecipazione di Fantini Rubinetti e Fondazione Comunità Novarese onlus per l’erogazione di una borsa di ricerca.

Gli scopi del progetto sono al momento sono:

il risanamento dei sedimenti litorali
il biomonitoraggio dello stato delle aree litorali

La speranza è che andando avanti negli anni si riuscirà ad aggiungere ai due precedenti anche la depurazione di scarichi da attività produttive.

Per meglio comprendere la portata di questo progetto ripercorriamo velocemente la storia degli ultimi anni del lago. Ci troviamo in Piemonte, fra la provincia di Novara e quella di Verbano-Cusio-Ossola e già negli anni ’30 il lago è definito sterile perché completamente privo di vita a causa dell’industria della rubinetteria.

La situazione continua a degenerare fino a quando, negli anni ’70 si arriva al punto in cui l’acqua diventa acida: “Era aceto negli anni ’70: il Ph era inferiore a 4” afferma la Riccardi.

L’istituto Irsa Cnr decide di intervenire per abbassare l’acidità del lago e tra il 1989 e il 1990 vengono gettate in acqua enormi quantità di carbonato di calcio: uno degli interventi di liming più grandi mai fatti fino a quel momento.

Questo intervento ha permesso di ripulire le acque ma a quale costo? I metalli che rendevano tossico il lago non si sono dissolti, ma sono stati solo intrappolati dal carbonato di calcio che è andato a depositarsi sul fondo creando dei sedimenti altamente tossici.

Trattandosi di un lago molto profondo molti di questi non sono più da considerare un problema: andando a depositarsi a profondità elevate verranno con il tempo coperti da altri sedimenti.

Per le zone litorali è un altro discorso. Qui il continuo movimento dell’acqua smuove i sedimenti che non vengono mai ricoperti e rischiano continuamente di rilasciare sostanze tossiche.

Le cozze, una potenziale soluzione a questo problema

Afferma la Riccardi “L’idea non l’ho avuta io, ma le cozze“. Infatti, la ricercatrice nel 2014 viene a scoprire che una particolare specie di cozze, le Unio elongatulus, erano tornate ad abitare il lago.

Da qui comincia lo studio per capire come questo fosse possibile. La ricerca evidenzia come questi molluschi siano in grado di risanare i sedimenti e depurare l’acqua.

Grazie ai finanziamenti ricevuti dal Fai e Intesa San Paolo è stato possibile impiantare e monitorare circa 200 cozze in un’area circoscritta del litorale: in questo momento infatti gli studi si limitano a osservare il comportamento delle cozze in un ambiente che le stressa.

Si dà il caso, infatti, che questi bivalvi siano particolarmente sensibili all’inquinamento e siano quindi in grado di fornire in tempo reale delle informazioni importantissime sullo stato delle acque in cui si trovano.

Le cozze infatti, in risposta allo stress, si chiudono: informazioni come il movimento delle valve, il battito cardiaco e altri parametri vitali, sono rilevati e comunicati al Cnr attraverso dei microcip.

Questi, inoltre, danno modo ai ricercatori di sapere con esattezza dove si trovano i vari molluschi, semplificando notevolmente la loro localizzazione durante le immersioni necessarie a monitorare le loro condizioni.

In questo momento dunque la funzione principale delle cozze è quella di fare da biosentinelle, dato che per arrivare a filtrare tutta l’acqua del lago servirebbero molti più molluschi.

Il problema denunciato dalla ricercatrice è quello della mancanza di un impianto di riproduzione artificiale per le cozze: “Il mio scopo prima di morire è riuscire a creare un impianto per i paesi europei della zona mediterranea che sono quelli più a rischio, che stanno perdendo le cozze di acqua dolce“.

Solo alcune specie di cozze sono protette e fra queste non ci sono le Unio elongatulus: siamo davvero disposti a perdere uno strumento così importante?

Crediti immagine: Depositphotos

L’articolo Le incredibili capacità purificanti delle cozze è stato pubblicato su Magazine Green Planner.

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