Unabated – riferito alle centrali a carbone – e inefficienti – riferito ai sussidi ai combustibili fossili – sono alcune delle parole della Cop26 su cui si sono concentrate le associazioni ambientaliste, con Greenpeace in testa. Che di certo non si limita a lavorare sulla Conferenza delle parti…

Come spesso accade le conferenze delle parti si trasformano in maratone estenuanti con sherpa e negoziatori impegnati a discutere le implicazioni di ogni singola parola di quello che diventerà poi il testo finale.

Alla Cop26 di Glasgow è successa la stessa cosa. Vero è come commenta Mariarosa Iannelli, coordinatrice clima e advocacy e capo delegazione di Italian Climate Network ai negoziati di Glasgow: “la Cop26 è stata sicuramente la più politica dopo Parigi che ha riportato al dialogo costruttivo i Paesi“.

Su due parole, unabated, riferito alle centrali a carbone e inefficienti, riferito ai sussidi ai combustibili fossili, si sono concentrate le associazioni ambientaliste, con Greenpeace in testa, per criticare quello che rischia di essere un accordo molto debole.

Nelle bozze che circolano, infatti, l’indicazione di dismettere il carbone è stata stemperata dalla parola unabated, che di fatto limiterebbe la dismissione solo alle centrali prive di sistemi di abbattimento delle emissioni, mentre per quanto riguarda i sussidi ai combustibili fossili l’introduzione dell’aggettivo inefficienti ridurrebbe di molto la portata della misura, dato che potrebbero continuare a essere erogati sussidi efficienti, quelli che secondo gli autori della modifica dovrebbero evitare che i costi della transizione ricadano sui più poveri.

Greenpeace – che pure apprezza il riferimento alla transizione equa, con cui aiutare le nazioni più vulnerabili – sottolinea come le due modifiche sembrino essere state dettate dalle aziende dei combustibili fossili, che continuano a esercitare la loro influenza sui processi decisionali e sulle decisioni operative di moltissimi governi e aziende.

Cambiamenti climatici e settori economici e industriali

Uno dei settori più critici nella sfida ai cambiamenti climatici è quello delle assicurazioni, senza il cui coinvolgimento è impossibile avviare nuovi progetti legati alle fossili e diventa molto difficile continuare a operare quelli già esistenti.

Eppure, come rileva la quinta edizione di Insure Our Future, un rapporto promosso dalla campagna Insure Our Future (di cui fanno parte anche ReCommon e Greenpeace), a livello globale il comparto assicurativo non ha ancora imboccato con decisione la strada verso la decarbonizzazione.

È vero che, soprattutto in Europa, molte compagnie assicurative hanno scelto di non sostenere i nuovi progetti nel carbone: dal 2017, ben 33 compagnie assicurative hanno ritirato il proprio supporto a questo combustibile, che come è noto è quello con i peggiori impatti sul clima.

Tuttavia, negli Stati Uniti diverse grandi compagnie continuano a finanziare i progetti nel carbone. Inoltre, le compagnie continuano a dare il loro supporto ai progetti legati al petrolio e al gas: a oggi solo Swiss Re e Munich Re hanno mosso qualche passo per interrompere questo rapporto, ma numerose compagnie assicuratrici in Nord America, Europa e Asia continuano a sostenere l’espansione dell’industria del petrolio e del gas.

Tra le 30 compagnie assicurative analizzate nel rapporto c’è Assicurazioni Generali che, insieme all’australiana Suncorp e alla francese Axa, ha assunto impegni di disinvestimento rispetto a nuovi progetti di produzione di petrolio e gas.

Generali e Axa si sono inoltre ritirate dalle operazioni nelle sabbie bituminose, nel fracking e nelle regioni dell’Artico.

È invece dedicato alle aziende che i combustibili fossili li estraggono il Global Oil & Gas Exit List (Gogel), un database che analizza le attività di 887 società dell’oil&gas, che insieme rappresentano più del 95% della produzione globale di idrocarburi.

Curato da Urgewald, ReCommon, Greenpeace e altre 18 organizzazioni della società civile, Gogel vuole facilitare il monitoraggio delle società che, ancora oggi, continuano a investire nei combustibili fossili, cercando nel contempo di dissuadere le istituzioni finanziarie a concedere loro denaro sotto forma di prestiti, sottoscrizioni e investimenti.

Secondo Gogel, ai primi cinque posti della classifica dei piani di sviluppo ci sono Qatar Energy, che prevede di aggiungere 20 miliardi di barili di petrolio equivalenti (bboe) entro i prossimi 7 anni, Gazprom (17 bboe), Saudi Aramco (15 bboe), ExxonMobil (7 bboe) e Petrobras (7 bboe).

In questa classifica rientra anche l’italiana Eni, che si colloca tra i primi 20 dei produttori globali di petrolio e gas e, attraverso la sua controllata Vår Energi, è tra le prime 10 società che sfruttano le risorse della regione artica, soprattutto con le piattaforme petrolifere nel Mare di Barents.

Inoltre, dai dati di Gogel e da quelli di ReCommon e Greenpeace Italia emerge che Intesa Sanpaolo nel 2020 ha investito in otto società di combustibili fossili che compaiono nelle classifiche di Gogel.

In particolare, San Paolo ha investito 604 milioni di euro in ExxonMobil, Shell, TotalEnergies, Bp, Chevron ed Equinor e ha concesso prestiti a Eni per 866 milioni di euro e investimenti pari a 183 milioni di euro.

Secondo Gogel, anche il quadro delle infrastrutture è preoccupante: oggi sarebbero in via di sviluppo 211.849 chilometri di oleodotti e gasdotti. Se i tubi fossero allineati senza soluzione di continuità arriverebbero a metà strada tra la Terra e la Luna.

Come si vede, nonostante gli annunci e gli impegni, che indubbiamente ci sono e segnano un cambio di passo anche solo rispetto a 5 anni fa, la transizione della politica e delle aziende rischia di essere troppo lenta rispetto alle richieste che praticamente ogni giorno arrivano dalla comunità scientifica.

Secondo molti osservatori, oggi la spinta più forte alla decarbonizzazione viene dai movimenti dal basso, che avanzano richieste, come quella del disinvestimento dalle fonti fossili, che stanno dando risultati importanti.

Ma c’è un altro fronte che si è aperto, quello giudiziario che, come è successo per le aziende del tabacco, può modificare radicalmente il campo di gioco.

Secondo gli ultimi dati disponibili, alla fine del 2020 erano più di 1.500 le azioni giudiziarie intentate in tutto il mondo contro governi e aziende, accusati a vario titolo di non impegnarsi abbastanza contro i cambiamenti climatici o di aver nascosto dati e informazioni rilevanti sul tema.

L’ultima in ordine di tempo è quella che Greenpeace Germania ha intentato contro Volkswagen, che alla fine di ottobre aveva respinto la richiesta di Greenpeace di ridurre più velocemente le sue emissioni di CO2 e di abbandonare i veicoli a combustione interna entro il 2030.

Nella sua azione contro Volkswagen, Greenpeace Germania si ispira alla sentenza della Corte costituzionale di Karlsruhe che, nell’aprile 2021, ha stabilito che le generazioni future hanno il diritto fondamentale alla protezione del clima, specificando altresì che le grandi aziende inquinanti sono tenute a rispettare questo diritto.

All’inizio di dicembre, Volkswagen definirà il suo piano di investimenti per i prossimi cinque anni. Al momento, il piano sembra prevedere la produzione di una nuova generazione di motori a combustione interna, che dovrebbero essere venduti almeno fino al 2040.

Greenpeace Germania sostiene che finora Volkswagen non ha fatto abbastanza per limitare l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C. Per farlo, secondo gli scenari sviluppati dall’Agenzia Internazionale dell’energia, dovrebbe ridurre le sue emissioni di CO2 di almeno il 65% entro il 2030 (rispetto al 2018), mentre i motori a combustione interna dovrebbero essere eliminati entro il 2030.

L’articolo Le parole che hanno deluso alla Cop26 è stato pubblicato su Magazine Green Planner.

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