Smart working, servono dati per dipingere il quadro del mercato del lavoro

L’allentamento delle misure imposte dalla pandemia consente di avere un quadro più chiaro dei vantaggi e delle criticità dello smart working; servono però dati precisi. Un progetto congiunto tra Stantec, Sustainability&Circular Economy Lab e Dilium punta a raccoglierli, grazie alla collaborazione di 11 aziende di settori diversi.

Per molte attività e imprese lo smart working è stato una risposta obbligata alle restrizioni imposte dalla pandemia: alcune aziende, poche nel nostro Paese, erano già pronte, ma la maggior parte ha dovuto riorganizzare flussi e modalità di gestione dalla sera alla mattina.

Con risultati variabili, in termini di produttività e soddisfazione dei lavoratori e dei datori di lavoro. Adesso, in vista dell’uscita dalla fase emergenziale, iniziano a delinearsi con più chiarezza i vantaggi e le criticità del lavoro ibrido.

Al di là dei profili normativi e contrattuali, che dovranno probabilmente essere modificati per tenere conto delle nuove realtà, la riflessione su questo tema deve senz’altro tenere conto delle ricadute sociali e ambientali.

Cominciando da queste ultime, le analisi sono concordi nell’indicare nella riduzione del traffico veicolare e dell’inquinamento connesso, il principale vantaggio dello smart working.

Questi benefici vanno però confrontati con gli effetti del lavoro presso le abitazioni dei dipendenti, dotate magari di impianti di riscaldamento e raffrescamento meno efficienti.

È una situazione per certi versi analoga a quella degli spostamenti in auto, quando ogni lavoratore arriva in ufficio con il proprio mezzo invece di usare i mezzi di trasporto collettivo: nel caso degli immobili, invece di un solo edificio da riscaldare (o raffrescare), ci sono una pluralità di abitazioni in cui far funzionare gli impianti, a volte meno efficienti di quelli più grandi.

C’è poi il problema dell’occupazione degli uffici: se non si lavora in edifici intelligenti, in cui sono installati sensori di presenza, c’è il rischio che gli impianti funzionino a pieno regime anche con livelli di occupazione parziali o decisamente ridotti.

In aggiunta, i vantaggi della riduzione del traffico potrebbero essere vanificati se chi normalmente va in ufficio usando i mezzi pubblici, sceglie di farlo con l’auto nei giorni in cui non lavora da casa.

D’altro canto, mangiare a casa potrebbe essere una modalità più efficiente, che potrebbe anche ridurre gli sprechi e i rifiuti generati dai distributori di snack presenti negli uffici.

Per quanto riguarda poi le questioni sociali, se da un lato il lavoro smart permette di conciliare meglio i tempi di lavoro con quelli di vita, dall’altro c’è il rischio che si traduca, nei fatti, in una reperibilità costante dei lavoratori, che potrebbero vedere erosa la distinzione tra professionale e lavorativo.

Inoltre, le nuove modalità rischiano di esacerbare disparità di trattamento tra uomini e donne, già marcate nel nostro Paese e di accentuare le disuguaglianze tra chi può e chi non può operare in smart.

Senza contare, poi gli eventuali costi per il benessere fisico e mentale di chi è costretto a lavorare da solo, senza contatti con colleghi, in spazi non adatti e ritagliati dall’ambiente domestico.

Insomma: un quadro complesso, su cui è opportuno procedere senza strappi in avanti o idealizzando un passato che è stato in parte superato dall’innovazione tecnologica e dagli strumenti che questa mette a disposizione.

Smart&Value è un progetto sviluppato da Stantec (multinazionale che opera nella progettazione e consulenza ingegneristica e architettonica), dal Sustainability&Circular Economy Lab e dalla startup Dilium proprio per quantificare i benefici del lavoro agile.

Previsto su una durata prevista di circa un anno, è diviso in due fasi.

Il progetto Smart&Value sullo smart working

Nella prima, dopo una formazione sulle diverse implicazioni del lavoro flessibile, i partecipanti inizieranno a utilizzare Smafely, un applicativo ideato da Stantec e sviluppato da Dilium che consente di pianificare il lavoro, a livello di singolo e di azienda, e di acquisire dati sui risparmi di tempo e di denaro, sulle percorrenze e sulle emissioni inquinanti.

La seconda fase, tra marzo e settembre 2022, consisterà invece in un’indagine condotta da un pool di ricercatori dell’Università di Bologna con l’obiettivo di ottenere indicazioni sulle implicazioni del lavoro a distanza sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

Al progetto hanno aderito circa 300 dipendenti di 11 aziende, tra cui AlmaLaureaSrl, Autogrill, Copma, Crif, Daiichi Sankyo, Enav, Eni, Epta, PittaRosso, Sisal e Würth Italia.

Würth Italia, che aveva iniziato a sperimentare lo smart working già prima dell’inizio della pandemia, ha coinvolto nel progetto Smart&Value 60 dipendenti delle sedi di Egna e Capena.

Si tratta di una sperimentazione in linea con i processi di change management dell’azienda tedesca, che si caratterizzano per la consapevolezza e l’attenzione verso l’ambiente e le nuove esigenze personali e professionali dei dipendenti.

L’articolo Smart working, servono dati per dipingere il quadro del mercato del lavoro è stato pubblicato su Magazine Green Planner.

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